Jean-Jacques Marie non ha bisogno di presentazioni. Militante di formazione trotskista, è un conosciutissimo storico del movimento operaio e della Russia sovietica. Fra le sue numerose opere, non possiamo fare a meno di ricordare le tre biografie di Trotsky, Stalin e Lenin.
Presentiamo questo suo scritto sulla storia dell’Ucraina, dalle origini ai giorni nostri, pubblicato il 16 marzo scorso sul sito “Cahiers du Mouvement Ouvrier”, ritenendolo estremamente utile per conoscere – in questi tempi di approssimazione e confusione nell’analisi teorica, e di impressionismo ed eclettismo nell’adozione della relativa politica concreta – lo sfondo su cui si è costruito il Paese che è diventato il teatro della guerra che oggi si sta combattendo nell’Est europeo.
Buona lettura.
La redazione
L’Ucraina ieri e oggi
Jean-Jacques Marie
Un mix inestricabile di mito e realtà
La storia della nazione ucraina mescola in modo a volte inestricabile mito e realtà. Gli storici ucraini fanno spesso risalire la storia dell’Ucraina alla fine del X secolo d.C. Quando il 24 agosto 1991 la Rada[1], in cui due terzi dei deputati appartenevano al Partito Comunista ucraino, votò per l’indipendenza dell’Ucraina con 346 voti favorevoli, 1 contrario e 3 astensioni, la risoluzione faceva riferimento a una tradizione statale millenaria. Così, la banconota di una hryvna[2] reca il ritratto di Volodymyr (Vladimir) il Grande, principe di Kiev, che alla fine del X secolo d.C. unì sotto il suo scettro tutta una serie di tribù slave pagane e impose loro il cristianesimo ortodosso. Il suo impero prese il nome di Rus’.

Volodymyr il Grande
La banconota da due hryvne reca l’effigie di suo figlio Yaroslav il Saggio, che regnò alla fine della prima metà del XI secolo. Quella da 5 hryvne presenta il ritratto di Bohdan Khmelnytsky, il capo cosacco che a metà del XVII secolo organizzò la rivolta dei cosacchi contro il dominio polacco e firmò un accordo con lo zar russo per porre i territori che controllava sotto la protezione della Russia. Sebbene la statua di Bohdan Khmelnytsky si trovi nel cuore di Kiev, l’idea di una nazione ucraina era estranea a questo capo cosacco, come lo era all’atamano cosacco Ivan Mazeppa che, all’inizio del XVIII secolo, si sollevò contro Pietro il Grande per scrollarsi di dosso la sua tutela e fu sconfitto, insieme a Carlo XII di Svezia, nella battaglia di Poltava.
Pertanto, l’idea di nazione ucraina non apparve che all’inizio del XIX secolo, e tutti i territori in cui vivevano gli ucraini vennero riuniti per la prima volta all’interno di una singola entità geografica nel 1945 nella Repubblica sovietica dell’Ucraina, che aveva solo gli attributi formali di uno Stato indipendente. L’Ucraina non esisterà come Stato formalmente indipendente che a partire dal dicembre 1991, quando ebbe luogo la dissoluzione dell’Unione Sovietica firmata da Boris Eltsin e dai rappresentanti di Ucraina e Bielorussia.
Il termine “Ucraina” apparve alla fine del XVI secolo, alla fine dell’occupazione mongola, quando i regni di Lituania e Polonia si fusero in un solo regno di Lituania e Polonia, dominato dall’aristocrazia polacca, territorio all’interno del quale era integrata la maggior parte dei territori precedentemente soggetti ai principi di Kiev. Ucraina significava “territorio di confine”. I suoi abitanti erano designati con il termine rusinski tradotto [in italiano] come “ruteni”. Il termine Ucraina stava ad indicare quindi un’entità territoriale e non un’identità nazionale, nemmeno embrionale. Questo territorio di confine, di fronte alle incursioni dei Tartari insediati in Crimea fin dal XIV secolo, diede vita a una particolare formazione sociale: quella dei Cosacchi, contadini liberi e armati (la parola “cosacco” deriva da una parola turca che significa “uomo libero”) che assicuravano la difesa dei loro territori contro le incursioni tartare. In seguito alla rivolta cosacca di Khmelnytsky, che, diretta dapprima contro i nobili polacchi, divenne poi un movimento sociale di contadini liberi contro i grandi proprietari terrieri polacchi e una guerra di religione degli ortodossi contro cattolici ed ebrei, Khmelnitsky creò uno Stato autonomo ucraino cosacco di breve durata. Ma il termine “ucraino” in questo senso aveva un significato essenzialmente geografico, anche se riuniva popolazioni slave che parlavano dialetti slavi molto simili derivati dall’antico slavo o “slavone”. La sostanza è quella di “cosacco”. Con il Trattato di Pereeslav, firmato nel 1654, questo Stato cosacco autonomo passò sotto la protezione della Russia e perse ogni autonomia dopo la sconfitta di Ivan Mazeppa. Le autorità russe si riferivano a questo Stato come “piccola Russia” e ai suoi abitanti come “piccoli russi”. A quel tempo, nel 1569, quando si formò il reame unificato di Lituania e Polonia dominato dalla Chiesa cattolica, mentre l’antica Rus’ aveva adottato l’ortodossia bizantina, si formò, sotto la pressione del clero polacco, una Chiesa greco‑cattolica chiamata “uniate”, di osservanza ortodossa, ma che riconosceva l’autorità del Vaticano. La Chiesa uniate si radicò soprattutto nell’Ucraina occidentale, in Galizia, e svolse un ruolo importante in tutta la storia dell’Ucraina.
Questa mancanza di differenziazione del contenuto rappresenta una realtà generale che permase fino alla fine del XVIII secolo, quando la Rivoluzione francese, e poi lo sviluppo del capitalismo e la formazione delle borghesie nazionali, diedero un forte impulso all’idea di nazionalità.
Un’idea nazionale tardiva
L’Ucraina è stata a lungo ai margini di questo processo per due motivi. Da un lato, era una terra divisa tra diversi regni di Polonia, Russia e Romania; nonché, dopo le tre spartizioni della Polonia, nel 1775, 1793 e 1795, tra Russia, Austria‑Ungheria e Romania. Dall’altro, nel 1783, l’anno in cui strappò la Crimea all’Impero Ottomano, la zarina Caterina II proibì ai contadini che costituivano la stragrande maggioranza degli ucraini di lasciare le terre dei signori feudali: questa popolazione contadina, ridotta a uno stato di servitù della gleba fino all’inizio del decennio 1860 nella parte maggioritaria dell’Ucraina integrata nell’Impero russo, restò fuori dallo sviluppo dell’industrializzazione. I contadini servi della gleba, in virtù del loro status sociale, non potevano sviluppare una coscienza nazionale, poiché il servo era un oggetto vendibile che si chiamava “anima”. Dopo l’abolizione della servitù della gleba nel 1861, questi contadini rifiutarono di pagare le pesanti riparazioni che dovevano ai loro ex padroni e avevano una sete inestinguibile di terra, che l’abolizione della servitù non fece che accrescere, tanto miserabili erano gli appezzamenti loro assegnati (da 1 a 3 ettari per famiglie numerose).
Pertanto, l’idea nazionale ucraina che si formò all’inizio del XIX secolo riguardava soprattutto gli esigui strati sociali urbanizzati, una piccola intellighenzia simboleggiata dallo scrittore e pittore Taras Shevchenko, fondatore di una lingua letteraria ucraina, la cui limitata nascita preoccupava molto lo zar Nicola I, che esiliò Shevchenko e gli proibì di scrivere in ucraino e persino di dipingere. Questa intellighenzia pubblicò riviste letterarie e storiche in ucraino con una modesta circolazione per promuovere una lingua ucraina allora divisa in dialetti locali parlati dai contadini, mentre l’intellighenzia parlava russo.

Taras Shevchenko (1859)
Così, l’ucraino Gogol scrisse tutta la sua opera in russo. Anche nella Galizia austriaca, dove la monarchia di questo impero multinazionale era più liberale, il nazionalismo ucraino era ancora agli albori e segnato dall’influenza del clero uniate. Fu questa realtà a spingere Rosa Luxemburg a sostenere che la questione ucraina era un’invenzione di una manciata di intellettuali e non aveva alcuna realtà storica.
Le conseguenze della Rivoluzione russa
Dopo il febbraio 1917, si sviluppò in Ucraina un’aspirazione all’autonomia all’interno di una repubblica confederata. I partiti democratici ucraini avevano creato una Rada centrale che ignorava l’aspirazione dei contadini a dividere la terra dei grandi proprietari terrieri. All’indomani della Rivoluzione d’ottobre del 1917, la Rada centrale proclamò la Repubblica Popolare Ucraina, che i tedeschi e gli austriaci riconobbero a Brest‑Litovsk per poter firmare con essa una pace separata. Ma i tedeschi e gli austriaci avevano bisogno di impadronirsi delle risorse agricole del Paese per nutrire le popolazioni affamate dei loro due imperi, così rovesciarono il governo e insediarono un atamano, Pavlo Skoropads’kyj. La guerra civile devastò l’Ucraina per più di tre anni e contrappose i bianchi comandati da Anton Denikin (che voleva ripristinare la Russia “una e indivisibile”; mentre, dove si insediarono, i bianchi tolsero ai contadini le terre che avevano occupato e proibirono l’uso dell’ucraino), i nazionalisti ucraini comandati da Simon Petljura, l’Armata Rossa bolscevica e le bande di contadini ribelli chiamati “verdi”, la più nota delle quali era l’esercito del contadino anarchico Nestor Makhno. L’Armata Rossa controllava l’Ucraina alla fine del 1920. I bianchi di Denikin e i nazionalisti di Petljura scatenarono i maggiori pogrom antiebraici del periodo prenazista, pogrom che a volte venivano effettuati anche dai gruppi anarchici contadini di Makhno e dalla Cavalleria Rossa di Semen Budënnyj, che comprendeva i cosacchi.
All’indomani della Prima guerra mondiale e della pace di Riga firmata tra l’Urss e la Polonia nel 1921, gli ucraini furono divisi fra cinque stati: l’Urss (che ne comprendeva quasi i quattro quinti), la Polonia, la Cecoslovacchia, la Romania e l’Ungheria. La vittoria dei bolscevichi portò alla creazione di una Repubblica socialista sovietica di Ucraina, in cui i bolscevichi perseguirono una cosiddetta politica di ucrainizzazione dal 1923 fino ai primi anni 30. Lenin sviluppò posizioni “federaliste” (opposte alle posizioni centraliste staliniste) a favore dell’autodeterminazione. Oggi i maidanisti stanno distruggendo le statue di Lenin, ignari che è stato proprio sotto il suo impulso che la lingua ucraina è stata insegnata come mai in precedenza, e come non è stata insegnata altrove nei territori ucraini sotto l’occupazione polacca o rumena.
Ucrainizzazione
Tutti i dipendenti statali dovevano, pena il licenziamento, imparare l’ucraino entro un anno. L’insegnamento e le pubblicazioni in ucraino erano sistematicamente sviluppati. Nel 1926, il nuovo segretario del Partito comunista ucraino, Lazar Kaganovich, chiese che l’intero apparato statale fosse ucrainizzato. Tutte queste misure portarono al fatto che nel 1927 il 70% degli atti ufficiali era scritto in lingua ucraina rispetto al 20% del 1925. In risposta a un sondaggio, il 39,8% dei dipendenti statali affermava di conoscere bene l’ucraino e il 31,7% in modo soddisfacente (il che è probabilmente un’esagerazione). Più certi sono i dati secondo cui nel 1929 l’83% delle scuole primarie e il 66% delle scuole secondarie e delle università fornivano istruzione in ucraino. Nel 1932, l’88% dei periodici e il 77% dei libri pubblicati in Ucraina erano in ucraino. La stessa politica venne applicata nei confronti degli ebrei, numerosi in Ucraina, con lo sviluppo di scuole e pubblicazioni yiddish allo stesso ritmo. Lo storico canadese di origine ucraina Serhy Yekelchyk ha concluso da questi fatti: «Le autorità sovietiche hanno effettivamente contribuito al completamento del processo di costruzione di una nazione ucraina».
La burocrazia sovietica era preoccupata. Stalin, nel 1932, mise fine alla politica di ucrainizzazione (così come allo sviluppo dell’idioma yiddish). Per coincidenza, l’inverno del 1932‑1933 fu segnato in Ucraina da una terribile carestia. La combinazione dei due eventi portò nel 1933 al suicidio di Mykola Skrypnyk, leader del Partito Comunista Ucraino che sosteneva l’ucrainizzazione, e dello scrittore Mykola Khvylovy, un grande difensore e promotore della cultura e della letteratura ucraina. Una politica di russificazione si mise lentamente in moto.
Nel marzo 1939, dopo aver smembrato la Cecoslovacchia e preso il controllo della sua provincia autonoma della Rutenia, Hitler lanciò il progetto di una Grande Ucraina diretto contro l’Urss, abbandonato però non appena decise di avvicinarsi a Stalin. Nell’aprile del 1939 Trotsky scrisse: «La questione ucraina è destinata a svolgere un ruolo enorme nella vita dell’Europa nel prossimo futuro» e si dichiarò a favore dell’indipendenza dell’Ucraina e della creazione di una Repubblica socialista dell’Ucraina contro la dittatura della burocrazia stalinista.
Nel settembre 1939, l’Urss invase la Polonia e conquistò la Galizia, poi, nel 1940, conquistò due territori rumeni abitati da ucraini, la Bessarabia meridionale e la Bucovina settentrionale.
Nell’estate del 1941, i contadini ucraini in un primo momento accolsero con simpatia i soldati della Wehrmacht, che incorporava due battaglioni ucraini della Galizia formati sotto l’egida dell’OUN‑Bandera (Organizzazione dei nazionalisti ucraini, guidata da Stepan Bandera). L’altro ramo dell’OUN, guidato da Andriy Melnyk, collaborava n maniera più sistematica con gli occupanti tedeschi, con l’aiuto del Comitato centrale dell’Ucraina con sede a Cracovia. I nazionalisti dell’OUN guidati da Stepan Bandera, proclamarono anche un’effimera repubblica ucraina “indipendente” a Lvov (Leopoli), ponendosi sotto la protezione degli occupanti tedeschi. Yaroslav Stetsko divenne capo di questo governo proclamato il 30 giugno 1941 a Leopoli, ma esplicitamente subordinato ad Adolf Hitler. Contemporaneamente alla proclamazione di questo “Stato” ucraino, i primi pogrom scoppiarono “spontaneamente” a Leopoli e altrove, su istigazione dei nazisti, e prima che le Einsatzgruppen[3] intervenissero per lo sterminio sistematico di ebrei e zingari (per ciò che erano) e comunisti (per ciò che rappresentavano).

Stepan Bandera
L’OUN‑Melnik, sostenuta dalla Chiesa uniate, partecipò alla creazione, il 28 aprile 1943, della Divisione SS Waffen “Galitchina” (Galiziana), che poi confluì, all’inizio del 1945, insieme ad altre formazioni naziste, in un effimero “Esercito Nazionale Ucraino” (UNA), la maggior parte dei cui combattenti, ex SS, si arresero agli alleati anglo‑americani, che li aiutarono ad emigrare in Canada.
Ma i nazisti, desiderosi di ridurre gli ucraini in schiavitù, liquidarono immediatamente questo Stato fantoccio e imprigionarono sia il suo autoproclamato leader Yaroslav Stetsko che Stepan Bandera: entrambi furono poi rilasciati alla fine del 1944. L’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN) creò quindi un esercito insurrezionale ucraino (UPA), i cui partigiani prima combatterono moderatamente contro la Wehrmacht e poi ferocemente contro l’Armata Rossa, non appena questa ebbe iniziato la sua avanzata nella primavera del 1943.
I combattenti dell’UPA continuarono la lotta contro la sovietizzazione fino al 1950 (e in piccoli gruppi fino al 1954) mentre le SS e altri collaboratori nazisti dell’OUN si ritirarono con le truppe tedesche nel 1944 o si arresero agli anglo‑americani, per poter partecipare alla diaspora ucraina nelle Americhe e in Australia.
L’OUN non era “il” movimento nazionale ucraino, ma solo la sua ala radicale, dall’ideologia fascista. Fondato nel 1929 in Galizia (sotto il regime polacco) sulla base di un programma noto come “nazionalismo integrale”, rimase per lungo tempo un fenomeno “galiziano”, ma oggi la maggior parte dei nazionalisti ucraini rivendica la sua eredità, evidenziando la successiva conversione dell’OUN a “ideali democratici”.
Compagno d’armi di Bandera e come lui consacrato come “eroe nazionale” dopo la rivoluzione arancione del 2004, Roman Shukhevych comandò successivamente un battaglione ucraino della Wehrmacht nel 1941, il battaglione di polizia “Schutzmannschaft 201” destinato alla repressione dei partigiani in Bielorussia nel 1941‑42, e poi l’“Esercito insurrezionale” (OUN‑UPA) fondato da lui e “in nome di Bandera” nell’ottobre del 1943. L’OUN nel suo complesso, l’OUN‑Bandera e l’UPA in particolare, parteciparono al genocidio nazista. L’UPA sterminò i civili polacchi in Volinia nel 1943. L’UPA combatté principalmente contro l’Armata Rossa, i partigiani e gli eserciti polacchi, ma si scontrò anche con gli occupanti nazisti: non a causa della divergenza sugli obiettivi del Terzo Reich di annientare il giudeo‑bolscevismo, ma a causa del rifiuto di Hitler di aderire alle rivendicazioni di uno Stato indipendente (sotto il protettorato nazista). Queste rivendicazioni, incoraggiate prima della guerra da alcuni circoli nazisti – in particolare Alfred Rosenberg e l’Abwehr[4] – erano ovviamente incompatibili con il “Generalplan Ost” di Berlino[5], un piano nazista di colonizzazione dell’Urss e di eliminazione fisica o riduzione in schiavitù degli “Untermenschen” (subumani), ucraini compresi.
Nazionalismo stalinista russo
Dopo la vittoria sui nazisti, Stalin sviluppò un nazionalismo russo che caratterizzò sempre più la nomenklatura e di cui il nazionalismo di Putin rappresenta un’eredità. Questo nazionalismo russo sfociò in un antisemitismo sempre più brutale dal 1949 in poi e ad una politica accelerata di russificazione in Ucraina. Nikita Chruščëv, evocando la deportazione di cinque dei circa dodici popoli deportati da Stalin tra il 1937 e il 1944, dichiarò nel suo rapporto segreto del febbraio 1956 al XX Congresso del PCUS: «Gli ucraini hanno evitato questo destino solo perché erano troppo numerosi e perché non c’era posto per deportarli. Altrimenti, anche loro sarebbero stati deportati». Questa battuta, che fece ridere il congresso, era un riflesso caricaturale dell’avversione di Stalin per ogni rivendicazione nazionale degli ucraini.
Nel 1945, la sconfitta dell’Asse e dei governi legati a Berlino permise all’Urss di consolidare queste conquiste territoriali: per la prima volta nella storia tutti i territori per lo più popolati da ucraini furono riuniti in una Repubblica ucraina dotata degli attributi di una sovranità puramente formale (l’Ucraina aveva un rappresentante all’ONU e un ministro degli esteri). Ma i partigiani nazionalisti dell’UPA controllavano molti villaggi fino ai primi anni 50, come in Lituania.
La Seconda guerra mondiale ha devastato l’Ucraina, distrutto le sue grandi città e la maggior parte dei suoi villaggi, delle sue fattorie, delle sue fabbriche. Un giorno d’estate del 1945, Chruščëv arrivò nel suo villaggio natale, dove scoprì uno spettacolo desolante che descrisse al Comitato Centrale nel 1957: «Non hanno cavalli, carri, pane. […] Non vogliono lavorare nel kolchoz. Per il loro lavoro ricevono solo nespole».
Dal 1945 fino alla caduta dell’Urss, l’Ucraina fu sottoposta a una politica di russificazione, aggravata dalla lotta spietata contro i partigiani di Bandera, che mobilitò migliaia di uomini e beneficiò nell’Ucraina occidentale dell’aiuto di gran parte della popolazione contadina. Per un breve momento, sotto l’impulso di Berija, consapevole della grandezza della crisi economica, sociale e politica che affliggeva l’Urss alla morte di Stalin, il Cremlino cercò di allentare un po’ il controllo. Il 26 maggio 1953, Berija fece adottare al Presidium una decisione che sottolineava i fallimenti della repressione nelle province occidentali dell’Ucraina. Dal 1944 al 1952, evidenziò, più di mezzo milione di abitanti ne era stato vittima: in 203.000 erano stati deportati e 153.000 fucilati. La russificazione era stata brutale: su 311 quadri dirigenti, solo 18 provenivano dalla regione, in cui l’istruzione superiore era quasi esclusivamente in russo. La risoluzione afferma che «l’uso stupido della repressione suscita solo il malcontento della popolazione e danneggia la lotta contro i nazionalisti borghesi». Il Presidium sostituì il russo Leonis Melnikov come primo segretario del Partito Comunista d’Ucraina con il suo vice ucraino, Alexei Kirichenko, e nominò lo scrittore ufficiale, letterariamente inconsistente ma ucraino, Oleksandr Korniychuk, primo vicepresidente del Consiglio dei ministri dell’Ucraina. Ordinò inoltre di «porre fine radicalmente all’arbitrarietà e alle illegalità compiute da alcuni quadri contro la popolazione».
Questo breve miglioramento fu sospeso dopo l’arresto di Berija nel giugno 1953 e la sua esecuzione in dicembre. Da Chruščëv a Bréžnev, la russificazione dell’Ucraina continuò e i tentativi degli intellettuali ucraini di difendere la cultura ucraina, anche i più modesti, furono brutalmente repressi.
Indipendenza e saccheggio dell’Ucraina
La caduta dell’Urss portò al suo smantellamento. Il 24 agosto 1991, Leonid Kravčuk, l’ex segretario all’ideologia del Partito Comunista Ucraino, fece votare l’indipendenza dell’Ucraina con 346 voti a favore, un voto contrario e 3 astensioni. Il 30 agosto 1991, la Rada mise fuori legge il Partito Comunista Ucraino.
Gli antichi leader dell’Ucraina sovietica (dirigenti del PCUS e direttori di imprese) mantennero le leve del potere: come gli oligarchi russi, organizzarono un grande saccheggio del Paese e rivendettero ai Paesi occidentali al prezzo del mercato mondiale il gas venduto dalla Russia a prezzi bassi. Provocarono un disastro sociale: nel 1992 l’inflazione era del 2500%, nel 1993 era del 100% al mese. Nel 1995, tre quarti della popolazione vivevano ufficialmente al di sotto della soglia di povertà.
Da allora, l’Ucraina è uno dei campioni mondiali di saccheggi e corruzione; nel 2009 è stata considerata da Transparency International il Paese più corrotto al mondo. La politica e gli affari sono intrecciati; gli imprenditori si candidano alle elezioni per difendere la propria attività o creano partiti a questo scopo. Nel 2002, l’oligarca Victor Pinchuk sposò Helena, figlia di Leonid Kučma[6]. Nel 2009 la sua fortuna ammontava a 2,2 miliardi di dollari.
Un altro esempio è illuminante nella misura in cui rappresenta il più completo dell’intera galleria: Pavlo Lazarenko, primo ministro dal maggio 1996 al luglio 1997, che coniugava la sua attività di premier con il business dell’energia (gas) e delle comunicazioni, in stretta collaborazione con la futura stella cadente Julija Tymošenko. Trasferì le centinaia di milioni di dollari che aveva rubato in banche statunitensi, svizzere e caraibiche. Kučma, anch’egli molto corrotto, si sbarazzò di lui nel luglio 1997. Lazarenko fuggì in Svizzera con un passaporto panamense. Arrestato nel 1999 e detenuto per poco tempo, riparò negli Stati Uniti, dove è stato poi condannato e imprigionato per riciclaggio di denaro. Di Lazarenko se ne contano dozzine …
Nel 2004, alla vigilia della fine del suo mandato, Kučma vendette in tutta fretta una corposa serie di aziende ad alcuni familiari a prezzi molto competitivi. Così, vendette il più grande impianto metallurgico del paese, Kryvorizhstal, a suo genero Pinchuk e Rinat Achmetov, per 800 milioni di dollari, cioè un sesto del suo valore reale. Nell’ottobre 2005, Mittal‑Arcelor Steel Company acquistò la società dai due amici per 4,8 miliardi di dollari.
La corruzione dei politici ucraini è abissale. Viktor Janukovyč, il presidente estromesso nel 2014, è stato condannato due volte in gioventù, una volta per furto e la seconda per vandalismo. In seguito affermò di aver conseguito dei diplomi, che in realtà erano stati acquistati, secondo un’usanza diffusa in Unione Sovietica, dove i prezzi erano noti a tutti. Era famoso sia per la sua mancanza di cultura che per la sua avidità. Le rare volte in cui doveva compilare un documento scritto, lo riempiva di errori di ortografia. Si firmava “professore”, ma scriveva la parola con due “f” e una sola “s”. Proprietario di una lussuosa villa costruita su 130 ettari di terreno alla periferia di Kiev, era a capo di un clan mafioso di cui suo figlio Oleksandr Janukovyč era uno dei collegamenti. Il clan Janukovyč ha succhiato da 7 a 10 miliardi di dollari all’anno dall’Ucraina. La fortuna di suo figlio è stimata in 550 milioni di dollari. Presidente della Management Assets Company (MAKO) con sede a Donetsk, possiede diverse holding in Ucraina, Svizzera e Paesi Bassi e vende carbone attraverso una società a Ginevra. Le sue società dal 2010 hanno costantemente vinto le gare d’appalto bandite dalle autorità ucraine. Ha preso sotto il suo controllo i servizi dell’amministrazione fiscale, delle dogane e della sicurezza.
Il primo ministro di Janukovyč, Mykola Azarov, proprietario di un jet privato, si rifugiò a Vienna, dove risiede suo figlio Oleksandr, attivo nella costruzione di hotel di lusso, a capo della LADA Holding Anstalt, con sede in Austria, collegamento di una complessa rete di società gestite da altri cacicchi del regime. Vitaliy Zakharchenko, ministro dell’Interno nel 2011 e alla testa dell’Agenzia del Fisco nel 2012, è proprietario con la moglie Liudmila di diverse società commerciali, soprattutto nei Paesi Bassi, e della compagnia assicurativa Star‑Polis, coinvolta in uno scandalo nel 2013: i servizi di polizia responsabili del rilascio dei passaporti imponevano ai richiedenti di stipulare un’assicurazione con Star‑Polis.
L’odio suscitato nel Paese contro i beneficiari di questa vera mafia e di un parlamento anch’esso gremito – e quasi esclusivamente – di criminali, fece sollevare nel 2004 la popolazione, che però venne abilmente dirottata verso la cosiddetta Rivoluzione Arancione. L’odio era appunto tale che Julija Tymošenko, nominata primo ministro dal nuovo presidente Viktor Juščenko, annunciò una revisione delle precedenti privatizzazioni per rendersi popolare, seminando però il panico tra gli oligarchi e i banchieri stranieri che gestivano i depositi accuratamente trasferiti degli oligarchi saccheggiatori. Tymošenko fece marcia indietro e si limitò a rivedere solo marginalmente alcune privatizzazioni minori. Il suo governo fu presto colpito da scandali dello stesso tipo delle privatizzazioni di Kučma. Così, il suo ministro della Giustizia, Roman Zvarych, che a dispetto del nome che porta è un ex cittadino americano, votò contro una legge coordinata fra Tymošenko e Putin, che vietava la rivendita in Europa da parte dell’Ucraina a prezzo mondiale del gas russo che l’Ucraina stessa acquistava a un prezzo preferenziale. Questa rivendita illegale era una delle principali fonti di profitti illeciti per gli oligarchi ucraini, e la moglie di Zvarych ne era un’organizzatrice.
Un’altra succosa pratica mafiosa consisteva in certificati fraudolenti ottenuti da funzionari corrotti per dichiarare merci vendute all’estero come se fossero state vendute in Ucraina, in modo da ottenere rimborsi IVA da sottrarre totalmente alle casse dello Stato.
Partiti banditi
La vita politica ucraina è segnata da un elenco di partiti tutti legati a un clan imprenditoriale, dove tutto viene comprato. I deputati monetizzano il loro cambio di gruppo parlamentare: il prezzo varia da 5 a 7 milioni di dollari … in un Paese in cui la maggior parte dei pensionati percepisce meno di 200 euro al mese. In ogni caso, questo è il prezzo pagato da Viktor Janukovyč nel 2006 quando divenne primo ministro di Viktor Juščenko … contro il quale si era candidato alle elezioni presidenziali del 2004, che aveva perso dopo aver affermato che Juščenko le aveva vinte grazie al vergognoso traffico di voti che aveva sollevato decine di migliaia di ucraini contro di lui.
Nulla è cambiato dopo “Euromaidan” in questo caleidoscopio di partiti virtuali incancreniti dalla corruzione, dove tutto viene venduto e comprato. Così, ad esempio, nelle elezioni comunali del 25 maggio 2014 a Odessa, i due concorrenti che si fronteggiavano erano entrambi totalmente corrotti: Eduard Gurwits (il cui partito, UDAR, ottenne il 32% dei voti) è stato, dal 1990, più volte accusato di collusione con i ribelli ceceni e ultranazionalisti ucraini, di legami con bande mafiose, di corruzione. La reputazione di Gennadiy Trukhanov (vincitore delle elezioni, con il 43,5% dei voti, ex deputato del Partito delle Regioni) non è migliore. È accusato di aver fatto parte del mondo criminale negli anni 90 e di essere rimasto vicino a figure di spicco della mafia.
Porošenko[7], proprietario del Canale 5, ha iniziato la sua carriera imprenditoriale importando fave di cacao e poi ha rilevato fabbriche di cioccolato per formare la società Roshen. Eletto deputato nel 1998, potrebbe essere l’immagine perfetta del voltagabbana, se i partiti politici ucraini fossero veri partiti. Si unì prima al Partito socialdemocratico (che è socialdemocratico solo nel nome) del presidente mafioso Kučma, poi, nel 2000, creò Solidarietà, che si unì al Partito delle Regioni di Viktor Janukovyč lo stesso anno. Nel 2001 si è unito a Nostra Ucraina, il blocco di Viktor Juščenko, che era il padrino delle sue figlie. Presidente del Consiglio di Amministrazione della Banca Nazionale, è diventato Ministro degli Esteri nell’ottobre 2009 fino alla primavera del 2010. Entrò nel governo del Partito delle Regioni, diventando per alcuni mesi il ministro dello sviluppo economico di Janukovyč.
L’intervento degli Stati Uniti
Dalla metà degli anni 1990, i leader statunitensi hanno colto l’importanza geopolitica dell’Ucraina, anche se hanno sostenuto l’allora presidente russo Boris Eltsin, che, affiancato da consiglieri americani, privatizzava a tutto spiano. Nella rivista Foreign Affairs, nel 1994, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere di Jimmy Carter, scrisse: «Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero». Alla fine degli anni 90, l’Ucraina era il terzo Paese al mondo più “beneficiato” dagli aiuti finanziari americani, dopo Israele ed Egitto. Questa luna di miele si interruppe per un momento all’inizio del 2003, quando Bush apprese che Kučma aveva venduto all’Iraq armi per un valore di cento milioni di dollari e che aveva promesso di vendergli il sistema radar Kolchuga (maglia di ferro), che consentiva di individuare i bombardieri americani cosiddetti non rilevabili.
Zbigniew Brzezinski, per il quale l’Ucraina era un obiettivo strategico, definì nel 1997 un programma per lo smantellamento della Russia in tre Stati fantoccio: la Russia europea, la Repubblica di Siberia e la Repubblica d’Estremo Oriente. Questo smantellamento avrebbe allargato ad est l’Unione e avrebbe dovuto essere accompagnato dall’adesione dell’Ucraina alla NATO e dalla totale subordinazione delle ex repubbliche periferiche sovietiche agli Stati Uniti e alle sue multinazionali. Brzezinski affermò pertanto che «la Russia dovrà rassegnarsi all’inevitabile, cioè alla continuazione dell’allargamento della NATO […] nello spazio ex sovietico». Sostenne la necessità di «un sistema politico decentralizzato e un’economia di libero mercato» che permettesse «di liberare il potenziale creativo del popolo russo e le vaste riserve di risorse naturali della Russia» finalmente accessibili alle multinazionali nordamericane (Foreign Affairs, 9/10/1997).
Gli Stati Uniti si impegnarono dunque a sostenere la rivoluzione arancione del 2004, che è stata montata sulla protesta delle masse popolari contro la corruzione del sistema Kučma e il suo tentativo di truccare le elezioni presidenziali per eleggere il suo candidato, Viktor Janukovyč. Il loro candidato al potere, Viktor Juščenko, aveva sposato nel 1998 una cittadina americana di origine ucraina, Kateryna Chumachenko, ex funzionaria del Dipartimento di Stato. Circondato da consiglieri americani, Juščenko assunse come consigliere speciale Boris Nemtsov, l’uomo che aveva dichiarato nel 1997: «Dobbiamo attuare una serie di dolorose misure impopolari … e porre fine alle innumerevoli prestazioni sociali».
Durante le elezioni legislative in Ucraina del 2005, Le Monde pubblicò un articolo intitolato: “I consiglieri americani al centro della campagna”. Il repubblicano Paul Manafort, capo della società di lobbying Black, Manafort, Stone & Kelly, venne invitato a Kiev all’inizio del 2005 dall’oligarca Rinat Achmetov per gestire la campagna del Partito delle Regioni di Janukovyč per 150.000/200.000 al mese. L’ex capo delle comunicazioni di Bill Clinton, Joe Lockhart, lavorava con il blocco di Julija Tymošenko (BLouT) e Stan Anderson, un lobbista di Washington, dirigeva una task force per il partito La Nostra Ucraina di Juščenko. Tutti, secondo Le Monde, «si rifiuta[ro]no di rilasciare dichiarazioni».
Le Monde del 27 e 28 febbraio 2005 ha descritto la catena di istituzioni americane presenti in Kirghizistan durante la “Rivoluzione dei tulipani” che rovesciò il presidente Askar Akayev: «Alla vigilia delle elezioni, l’intero arsenale di fondazioni americane che hanno sostenuto le opposizioni in Serbia, Georgia e Ucraina è stato schierato a Bishkek, in particolare il National Democratic Institute […] Tutto ciò su cui il Kirghizistan fa affidamento come società civile è finanziato da fondazioni o da aiuti diretti occidentali, primo fra tutti il programma statale statunitense USAid». Si tratta di una politica generale messa in atto negli Stati provenienti dalla caduta dell’Urss, quindi gli Stati Uniti hanno messo Toomas Hendrik Ilves a capo della politica estone. Nato nel 1953 a Stoccolma, dove i suoi genitori erano emigrati nel 1944 prima di partire nel 1956 per gli Stati Uniti, Ilves venne assunto nel 1984 da Radio Free Europe, la radio antisovietica con sede a Monaco di Baviera e ne divenne direttore del servizio estone fino al 1993, quando fece ritorno in Estonia. Dopo essere stato nominato ambasciatore estone negli Stati Uniti, rinunciò alla sua nazionalità americana. Nominato Ministro degli Affari Esteri nel 1996, organizzò l’istituzione della diplomazia estone, interamente incentrata sull’adesione all’Unione europea e alla NATO. Poi eletto eurodeputato, è diventato presidente dell’Estonia dal 9 ottobre 2006 al 10 ottobre 2016.
Gli Stati Uniti hanno anche messo il loro ex funzionario Valdas Adamkus alla presidenza della Lituania due volte (dal febbraio 1998 al febbraio 2003, poi dal luglio 2004 al luglio 2009). Nato in Lituania, Adamkus prestò servizio nella Wehrmacht nel 1944, la seguì in pensione in Germania, emigrò negli Stati Uniti nel 1949, prestò servizio nei servizi segreti dell’esercito statunitense, si unì al Partito Repubblicano e fu nominato da Reagan nel 1981 in una posizione nell’amministrazione federale che ha tenuto fino al suo pensionamento nel 1997. Partì immediatamente per il suo ex Paese, di cui, sebbene fino ad allora sconosciuto, divenne presidente alla velocità della luce … il che la dice lunga sulle virtù persuasive dei consiglieri americani. Poco dopo Washington mise a Pristina, a capo della presunta Repubblica indipendente del Kosovo, una persona di sua fiducia, Atifete Jahjaga, una poliziotta trentenne educata negli Stati Uniti.
A quel punto, era l’Ucraina ad essere diventata un problema tra Russia e Stati Uniti attraverso l’Unione Europea. Janukovyč si era impegnato a firmare un accordo di associazione con l’Unione europea che gli aveva promesso un prestito di 610 milioni di dollari in cambio di drastiche misure economiche e sociali di cui si sarebbe occupato il Fmi (raddoppio del prezzo del gas, riduzione e successiva abolizione degli stanziamenti governativi nelle miniere del Donbass, ecc.). Janukovyč temeva un’esplosione sociale e quando Putin gli offrì un prestito di 15 miliardi di dollari senza condizioni, colse al volo l’occasione. I suoi avversari, facendo leva sul discredito in seno alla popolazione, e apertamente sostenuti dall’Unione Europea e dall’Occidente, presero la palla al balzo: organizzarono l’occupazione di Piazza Indipendenza[8], dove politici americani ed europei vennero ad arringare la folla controllata dai neonazisti di Svoboda e Pravy Sektor, che rappresentavano la forza d’urto della cosiddetta “rivoluzione” di Maidan avendo messo fuori gioco gli attivisti sindacali. Il governo di Janukovyč, senza alcun sostegno nella popolazione, crollò nel giro di pochi giorni. I neonazisti entrano nel primo governo “rivoluzionario”. Troppo appariscenti, soprattutto dopo il massacro dei filo‑russi a Odessa, morti nella Casa dei sindacati nell’incendio da loro stessi appiccato, furono esclusi dal governo formato da Petro Poroshenko dopo le elezioni presidenziali del 25 maggio 2014.
Molti politici americani, tra cui John Mac Cain, hanno manifestato a Maidan tra dicembre 2013 e gennaio‑febbraio 2014. Secondo la vice segretaria di Stato degli Usa, Victoria Nuland, gli americani hanno speso 5 miliardi di dollari per “democratizzare” l’Ucraina, cioè per comprare gli scagnozzi necessari a radicarla nell’Unione europea. Foreign Affairs afferma: «Gli Stati Uniti e i loro alleati europei condividono la maggior parte della responsabilità della crisi. La radice del problema è l’allargamento della NATO, l’elemento centrale di una strategia più ampia per portare l’Ucraina fuori dall’orbita della Russia e in Occidente» (9/10/2014).
Come penultimo atto di questo intervento, Poroshenko formò all’inizio di marzo 2014 un nuovo governo che includeva un americano, un georgiano e un lituano in posizioni chiave. Natalie Jaresko, un’ucraino‑americana che aveva lavorato per il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e per un fondo di investimento ucraino finanziato dal Congresso degli Stati Uniti, divenne ministro delle finanze. Il lituano Aivaras Abromavičius, condirettore di un fondo di investimento svedese, fu nominato ministro dell’Economia e il georgiano Alexander Kvitashvili, ex ministro della Sanità in Georgia, ebbe lo stesso incarico in Ucraina. Poroshenko disse di aver concesso loro la cittadinanza ucraina la mattina stessa della loro nomina. Aveva offerto a Mijeil Saakashvili, l’ex presidente della Georgia insediato dagli Stati Uniti in questa posizione nel 2003, la posizione di vice primo ministro, ma Saakashvili avrebbe dovuto prendere la nazionalità ucraina, sicché rifiutò per riservarsi incarichi più vantaggiosi.
Questo governo di ferro aveva una missione affidatagli dal Fmi: triplicare il prezzo del gas, ridurre alcune pensioni del 15%, ecc., Tutte «misure molto male accolte», secondo il primo ministro Arseniy Yatsenyuk. All’inizio di marzo 2014, il governo Poroshenko annunciò che metà delle società rimaste nelle mani dello Stato sarebbero state vendute nel periodo 2015‑2016: si trattava di 1200‑1500 società. Il ministro delle Finanze, Natalia Jaresko, ex funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dichiarò: «Privatizzeremo tutto ciò che può essere privatizzato. Abbiamo in programma di iniziare quest’anno». Tuttavia, l’Istituto di economia e previsione ucraino evidenziò nel suo rapporto annuale «un deterioramento degli indicatori finanziari nelle imprese privatizzate. Con il pretesto della privatizzazione, queste aziende sono state semplicemente saccheggiate e i capitali sono spariti», spiegando di temere che «certi oligarchi entreranno in guerra per le restanti compagnie» (Courrier-International, 26/3‑1/4/2015).
Il deputato della CDU[9] Karl‑Georg Wellmann, cofondatore insieme a Bernard Henry‑Lévy e al deputato conservatore britannico Lord Risby of Havervill, dell’Agenzia di Modernizzazione dell’Ucraina (AMU) dichiarò: «L’Ucraina ha bisogno di un Piano Marshall nell’ordine, forse, di qualche centinaia di miliardi di euro. […] Allo stato attuale, nessuno è pronto ad investire».
Il 14 novembre [2014], Poroshenko annunciò la sospensione – che sarebbe entrata in vigore il 21 – di ogni versamento di qualsiasi natura agli abitanti delle regioni orientali dell’Ucraina, dichiarando: «Da noi ci sarà lavoro, da loro no. Da noi ci saranno pensioni, da loro no. Da noi ci sarà assistenza all’infanzia, da loro no. Da noi i bambini andranno a scuola e negli asili, da loro si rintaneranno negli scantinati […]. È così che vinceremo la guerra[10]». Al contempo, il governo si proponeva la privatizzazione delle miniere ancora in mano pubblica entro la fine del 2016 e la liquidazione dell’impresa statale Ougol Ukrainy (Carbone dell’Ucraina). Qimiao Fan, Country Director per l’Ucraina della Banca Mondiale, ha affermato: «La priorità per l’Ucraina […] è la liquidazione della vecchia legislazione sovietica».
In un anno, dal febbraio 2014 al febbraio 2015, la hryvna perse il 66% del suo valore rispetto al dollaro, e il 40% nel solo mese di gennaio 2015, in cui l’inflazione ha raggiunto la quota del 28% annuo. Le riserve in dollari della Banca centrale ucraina erano a secco: solo 6 miliardi di dollari in gennaio, cioè la copertura di un mese di importazioni invece dei tre mesi necessari. Il 13 febbraio, l’agenzia di rating Fitch degradò la valutazione dell’Ucraina a “CC”, ritenendo «probabile» un default.
Il rifiuto della guerra
Alla fine del novembre 2014, la Rada annunciò la sua intenzione di modificare d’urgenza la legislazione nazionale per annullare lo status di “Paese non allineato” dell’Ucraina e rilanciò la politica mirante ad ottenere l’adesione alla NATO. Questa forma militare dell’avvicinamento organico all’Unione europea e alle sue antidemocratiche istituzioni, cinghia di trasmissione degli interessi delle grandi multinazionali, è una delle cause della guerra che devasta l’Ucraina.
Il governo Poroshenko era un governo di crisi permanente. Il 25 marzo [2015] Poroshenko destituì l’oligarca Kolomoisky (la terza persona più ricca del Paese) dalla carica di governatore di Dnipropetrovsk, dopo che egli aveva inviato una banda di mercenari a prendere possesso di una delle più grandi imprese di Kiev, della quale era il secondo azionista dopo lo Stato … Lo stesso giorno, la polizia arrestò il responsabile dei servizi di emergenza e il suo vice in pieno Consiglio dei ministri, in diretta televisiva, allo scopo di mostrare che il governo lottava contro la corruzione.
Si tratta della forma politica più acuta di una crisi sociale galoppante, che si manifestava, tra l’altro, col rifiuto della guerra[11].
Il caporedattore del Veski Reporter dava la misura della crisi che devastava l’Ucraina scrivendo il 6 marzo: «Questa settimana, forse per la prima volta da molti mesi, il tema della guerra nell’animo degli ucraini ha ceduto il posto a quello delle difficoltà economiche. Il panico della popolazione […]: la speculazione sulla valuta e l’esplosione delle tariffe di tutti i servizi (dai trasporti pubblici al gas e al riscaldamento) hanno giocato in questo senso. I prezzi e i tassi di cambio sono apparsi come dei mali molto più grandi di Putin. Il patriottismo non ha resistito alle maledizioni e alle barzellette contro i principali uomini di Stato».
Non c’era da meravigliarsi se in queste condizioni le masse popolari abbiano rifiutato la guerra imposta loro dal governo Poroshenko contro i pretesi separatisti dell’est ucraino (il Donbass).
Il giornale Nezavisimaya Gazeta del 2 febbraio 2015 afferma: «Il portavoce dello Stato maggiore ucraino, Vladimir Talalay, ha confermato la debole mobilitazione e il soffio di pacifismo che percorre i ranghi dell’esercito, e ha riconosciuto che la quarta ondata di mobilitazione ha incontrato delle difficoltà». Coloro che avrebbero potuto essere mobilitati «sono fuggiti in massa all’estero». «Per il momento, soltanto i volontari provenienti dalle organizzazioni nazionaliste partono per la guerra di buon grado» (Courrier International, 5‑11 febbraio 2015). Il settimanale Dzerkalo Tyzhnia del 30 gennaio 2015 sottolinea: «Lo staff del Presidente e lo Stato maggiore […] (che volevano mobilitare altri 50.000 uomini) hanno biasimato tra l’altro i loro concittadini […] per il fatto di tentare ogni cosa per sfuggire alla mobilitazione». Era indubbiamente il segno più evidente della crisi che squassava l’Ucraina: la popolazione ostile agli oligarchi che volevano imporle la purga dettata dal Fmi e dalla signora Lagarde rifiutava in massa la guerra. Questo rifiuto era illustrativo dell’estrema debolezza del governo Poroshenko e quindi di una nuova esplosione dopo quelle del 2004 e del 2014. Personalmente, dubito che la prossima attenda fino al 2024.
La classe operaia ucraina è sottoposta a un feroce sfruttamento da parte dei settori borghesi dominanti provenienti dalla burocrazia. Nel 2021, il salario minimo in Ucraina superava a malapena i 200 euro e in alcune regioni era inferiore, sicché si è sviluppata una massiccia ondata migratoria che ha spinto i lavoratori ucraini a emigrare massicciamente in tutta Europa, dalla Polonia alla Spagna. Nel 2020, un quarto dei tre milioni di permessi di soggiorno concessi dall’Unione europea sono stati in favore degli ucraini. A ciò va aggiunta l’emigrazione clandestina organizzata da agenzie specializzate nella fornitura di manodopera a basso costo. Anche le donne ucraine sono molto considerate (e molto mal pagate) in Germania come colf.
Nel 2019, il massiccio rifiuto dello strato mafioso dei saccheggiatori al potere e del loro rappresentante Poroshenko ha portato all’elezione dell’attore Volodymyr Zelens’kyj come presidente in Ucraina con il 73,2% dei voti. Ma non esiste in Ucraina una forza politica indipendente in grado di organizzare la difesa degli sfruttati e queste elezioni non hanno cambiato granché.
(Traduzione di Ernesto Russo e Andrea Di Benedetto)
Note
[1] Il parlamento ucraino (N.d.T.).
[2] La moneta avente corso legale in Ucraina (N.d.T.).
[3] “Unità operative”, reparti speciali delle SS (N.d.T.).
[4] Servizio di intelligence militare tedesco (N.d.T.)
[5] Piano generale per l’Oriente (N.d.T.).
[6] Secondo presidente dell’Ucraina indipendente dal 19 luglio 1994 al 23 gennaio 2005 (N.d.T.).
[7] Presidente dell’Ucraina dal 2014 al 2019 (N.d.T.).
[8] Piazza Maidan (N.d.T.).
[9] Si tratta del partito politico tedesco Unione Cristiano‑Democratica (N.d.T.).
[10] Si intende qui la guerra contro i separatisti nel Donbass (N.d.T.).
[11] V. precedente nota 10.